Con gli occhi di un kyusha: il Kendo
Pubblicato da GiOVANNi su 17 novembre 2009
Una nuova e breve rubrica viene inaugurata su questo spazio.
Torneremo indietro di qualche mese a Sportilia 2009 e la vedremo con gli occhi dei nostri kyusha, con gli appunti che hanno preso.
Pubblichiamo questa rubrica perchè confidiamo possa essere un aiuto ai kyusha del nostro stivale per addentrarsi un poco alla volta alla pratica del kendo.

Si, la foto non centra un tubo, serve per spezzare il testo…
Il Kendo, la dimensione spirituale
Il Kendo deve essere corretto non solo dal punto di vista tecnico ma anche per cià che riguarda il suo scopo ultimo.
Nel 1971 sono stati deviniti gli scopi del Kendo che sono la formazione della personalità dell’individuo la sua realizzazione a livelo sociale. Importante è dunque l’impostazione spirituale, che è fondamentale per il modo di condurre gli allenamenti.
Nell’allenamento del Kendo esistono tre punti principali:
- TO: ovvero, come adoperare la Katana
- SHIMPO1: l’apprendimento somatico che interessa l’uso del corpo
- SHIMPO2: l’apprendimento di cuore.
Questi tre punti devono fondersi.
Altro aspetto importante del Kendo è che dobbiamo fare ciò che deve essere fatto. La pratica autentica si fonda sull’impegno autentico rivolto anche all’ottenimento della pace nel mondo.
Il kendo può quindi essere riassunto in sudore e pace nel mondo
Il Kendo, come hanno vouto farci capire i Maestri allo stage, è un dialogo fra due persone che sinceramente cercano la crescita morale/spirituale in ogni ambito, e che nel Kendo trovano una solida base per perseguire tale via, per questo bisogna darsi completamente alla pratica senza riserve o remore.
Durante il keiko bisogna capire le lacune dell’avversario ed evidenziarle, con sincerità di intenti, senza orgoglio o superbia, vincendo le nostre paure e remore senza pensare all’esito del combattimento, grati all’avversario sia che ci abbia permesso di mostrargli le sue debolezze, o che ci abbia mostrato le nostre, e così si cresce entrambi in ogni aspetto sociale.
Per questo i Maestri hanno detto, non importa se si vince o se si perde, ma come si vince o si perde. Diventa inutile dutante la pratica parate solo per parare, affrontare l’avversario con violenza e prepotenza, e cercare con tutti i mezzi di vincere, è come nascondere a noi stessi quello che veramente siamo.
Bisogna fare il miglior Kendo di cui siamo capaci, sincero al 200% senza remore e senza riserve o paure, non lasciando dietro niente di noi stessi quando si attacca, solo così si cresce interiormente e si assapora appieno la pratica del Kendo.
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E voi?
Se siete stati a Sportilia quest’anno avrete assistito agli stessi discorsi.
Cosa ne pensate?










